Swami Veetamohananda

 

Gli Aforismi di Patanjali (versetti 30-32)

 

Traduzione a cura di Amanzio Borio

 

 

La nostra vita è abitata dallo stress. L'agitazione del nostro mentale ci fa sprecare una grande quantità di energia psichica. Questa agitazione è provocata dal rumore, dalla precipitazione, dalle responsabilità, dal dover prendere decisioni, e dalle eccitazioni emozionali. Ne consegue che possiamo sentirci estenuati, anche senza aver lavorato molto fisicamente. Di norma l'inconscio, che contiene la nostra riserva di energia mentale, rinnova l'energia perduta.

A volte non lo fa. Perché?

Una delle prime ragioni è la repressione, in altre parole la soppressione inconscia di certi istinti fondamentali. Un'altra ragione importante è l'incapacità di trovare un ideale, o un interesse motivante nella vita, l'incapacità di aprire nuovi canali all'espressione delle aspirazioni, dei talenti e della creatività. Inoltre, come Patanjali afferma nell'aforisma trenta: "La malattia, la pigrizia mentale, il dubbio, la mancanza d'entusiasmo, l'indolenza, la ricerca dei piaceri dei sensi, la percezione erronea, lo sconforto provocato dal fallimento nella concentrazione e l'instabilità della concentrazione sono ostacoli alla conoscenza".

 

Quale la ragione? Cerchiamo di analizzare ciò:

Il mentale è una parte raffinata all'interno del corpo grossolano, e il corpo grossolano, nel suo senso più vero, non è che il suo involucro. Essi si provocano reciprocamente sofferenza. Quando siamo malati fisicamente, lo siamo anche mentalmente. Quando siamo addolorati per le nostre emozioni, questo crea sofferenza anche al nostro corpo.

 

Dietro il mentale si trova l'Atman, il vero Sé dell'uomo. Il corpo e il mentale sono materia; l'Atman è puro spirito. Il mentale non è l'Atman, esso è distinto da lui.

 

La distinzione tra la materia e il mentale è solo apparente, la loro diversità è nella frequenza delle loro vibrazioni.

Il mentale che vibra a una frequenza bassa si chiama materia. La materia in uno stato di vibrazioni elevate si chiama mentale. E tuttavia entrambi, materia e mentale sono governati dalle stesse leggi di tempo, spazio e  causalità.

Come può la materia trasformarsi in mentale? Non è un'esperienza così rara, anche se noi non possiamo notarla come tale.

Prendete l'esempio di una persona che stia senza mangiare, diciamo durante diversi giorni. Cosa accadrà? Non solo il suo corpo diverrà emaciato, ma anche il suo mentale diventerà vuoto. Se quella persona continua a digiunare ancora per qualche giorno sarà incapace di pensare. Non ricorderà più neppure il suo nome. Se ricomincia a nutrirsi, la forza tornerà dolcemente nel suo corpo e poi la sua memoria sarà rigenerata. Ecco un caso in cui il cibo, che è materia, diventa realmente mentale.

L'uomo non è essenzialmente il mentale. Egli è il Sé universale, l'Atman. l'Atman è sempre libero, egli è luminoso e immortale. Egli è pura Coscienza. Presso l'uomo l'agente-forza non è il mentale, è il Sé.

 

Il mentale è, se così possiamo dire, uno strumento nelle mani del Sé, strumento col quale egli può comprendere il mondo esteriore. Esso è in continuo cambiamento ed è oscillante. Quando le oscillazioni cessano, allora, può riflettere l'Atman.

 

Benché non siano messi in gioco liberamente, i poteri del mentale sono semplicemente incommensurabili. Se l'uomo ha potuto disintegrare l'atomo invisibile e liberare la sua potenza, se l'uomo ha potuto realizzare l'Atman invisibile e raggiungere l'illuminazione – e se egli ha potuto conseguire tutto ciò che si estende tra questi due poli in differenti campi – tutto questo è la manifestazione del  potere del mentale.

In effetti, il mentale è onnipresente. Ogni mentale individuale è un parte del Mentale universale. Questo è collegato  ad ogni altro mentale. E come tale, ovunque sia, può essere in comunicazione reale col mondo intero.

Esso è dotato di funzioni come il desiderio, la determinazione, il dubbio, la fede, la mancanza di fede, la fermezza, la debolezza, la vergogna, l'intelligenza, la paura, etc. Esso ha il potere riflesso di guardare indietro nelle sue profondità. Col suo aiuto, possiamo vedere che cosa succede in lui.

 

Il mentale è fatto di tre  forze, di tre piani e di tre facoltà.

Vediamo questo brevemente.

 

1. Le tre Forze

Come accade che il mentale non sia sempre in uno stato uniforme? E' perché è composto di tre forze indipendenti chiamate sattva, rajas e tamas. Queste forze, i gunas in sanscrito, costituiscono anche l'universo fisico.

Sattva è il principio d’equilibrio che conduce alla purezza, alla conoscenza ed alla gioia.

Rajas è il principio del movimento che conduce all'attività, al desiderio e all'agitazione.

Tamas è il principio d'inerzia il cui risultato è l'inazione, la tristezza e l'illusione.

Tamas conferisce al mentale tendenze inferiori, per esempio la pigrizia, il dubbio, la mancanza di comprensione, eccetera. Rajas lo rende attivo e dinamico, e Sattva gli infonde tendenze elevate.

 

Il mentale individuale è costituito dalle combinazioni e permutazioni variabili di queste forze o qualità. Questo spiega le varietà di mentale che esistono nella natura umana.

Noi diciamo spesso:Ho cambiato il mio modo di pensare!” Questo sarebbe impossibile se il mentale fosse composto di una sola forza uniforme.

In questo caso, l'uomo non potrebbe né cadere né risollevarsi. Ognuno sarebbe invariabilmente santo o scellerato o idiota.

 

2. I tre Piani.

Noi tutti abbiamo familiarità con i termini “conscio e “subconscio”. Essi indicano differenti piani del mentale.

Nel piano conscio ogni azione è sempre accompagnata dal sentimento d'egoismo. Nel piano subconscio il sentimento d'egoismo è assente.

Esiste anche un altro piano superiore nel quale il mentale può agire. Esso e al di là della coscienza. Così come il subconscio è situato al di sotto della coscienza, quest'altro piano si situa al di sopra di essa. Lo si chiama il piano superconscio. Anche qui l'azione non è accompagnata dal sentimento di egoismo, ma la differenza è grande rispetto al subconscio. Quando il mentale passa al di là del piano conscio esso entra in samadhi, lo stato di supercoscienza.

Lo stato di supercoscienza è puro solo quando è identico all'Atman o armonia universale. Questi piani di coscienza, subcoscienza e supercoscienza appartengono tutti e tre allo stesso mentale. Essi non sono tre mentali in un solo uomo, essi sono un solo stato sviluppato nella ragione e la ragione è sviluppata nella coscienza trascendentale. E' per questo che non vi è alcuna contraddizione tra di loro. Noi dobbiamo trasformare il piano del conscio  laddove il mentale è accompagnato dal sentimento di egoismo.

Noi non possiamo trasformare direttamente lo stato del subconscio a meno di non insediarci nello yoga.

Il piano di supercoscienza  può essere raggiunto solo da coloro che sono stati capaci di trasformare il loro mentale sul piano conscio e subconscio.

 

3. Le tre Facoltà

Nel suo aspetto funzionale il mentale ha - come forse sapete - tre facoltà: manas, buddhi e ahamkara.

Manas è la facoltà di ricordare e riceve le impressioni del mondo esterno raccolte dai sensi.

Buddhi è la facoltà di discriminare e classifica le impressioni.

Ahamkara è la coscienza che l'essere ha di se stesso, che proclama queste impressioni come proprie e le immagazzina come conoscenza individuale.

Lo stato del mentale ordinario è “offuscato” e “sparso”. Nello stato “offuscato” l'uomo si sente spento e passivo. Nello stato “sparso” egli si sente agitato. Attraverso la pratica delle discipline dello yoga quello stesso mentale può essere “chiarificato” e “concentrato”.

Quando il mentale “chiarificato” e “concentrato” è collocato in una sfera di attività, qualunque essa sia, l'individuo diventa brillante. L'uomo d'affari prospererà nei suoi affari; il musicista diventerà un artista rinomato; ognuno diventerà grande nel suo campo. L'aspirante spirituale otterrà un'esperienza spirituale.

 

Abbiamo ora qualche nozione sulla natura del mentale. Questa conoscenza può esserci utile, anche se troppe conoscenze sulla psicologia umana potrebbero confonderci. Ciò che è importante è avere la forte volontà di trasformarsi. A questo scopo dobbiamo mettere in atto una pratica regolare delle discipline prescritte.

 

Parliamo d’alcuni principi generali:

-        incontreremo difficoltà a trasformarci se abbiamo simpatie e antipatie forti, attaccamenti  e avversioni potenti;

-        una vita morale è di grande aiuto;

-        dovremmo abbandonare l'abitudine di fare deliberatamente dei torti agli altri;

-        se ci dedichiamo ai tossici, se la nostra vita è squilibrata e caotica, se ci lanciamo sempre in vane controversie, se ci occupiamo troppo degli affari altrui e passiamo il nostro tempo a cercare gli sbagli  degli altri non saremo mai capaci di controllarci;

-        se abbiamo più ambizioni che capacità, se siamo invidiosi della prosperità altrui e se siamo troppo contenti di noi stessi saremo perduti;

-        se abbiamo un sentimento di colpa annulliamolo attraverso la preghiera, la meditazione e la ripetizione del nostro mantra personale.

 

Lavorare su noi stessi deliberatamente, pazientemente, intelligentemente,  e risolutamente, secondo  discipline provate e corrette, ecco tutto quello che conviene fare.

La pratica di queste discipline necessita della creazione un clima interiore favorevole, per poter accettare alcuni eventi ineluttabili della vita. Benché non si possa sfuggir loro, ci capita molto sovente di non accettarli come tali. Ne consegue che ci creiamo una quantità di problemi mentali inutili.

 

Per evitare questi problemi sarebbe bene riflettere sull'insegnamento del Buddha, cosa che ci aiuterà a ridurre il nostro orgoglio e le nostre passioni ed anche a purificare il nostro mentale:

-        la vecchiaia arriverà un giorno su di me, io non posso evitarla;

-        la malattia può arrivare un giorno su di me, io non posso evitarla;

-        la morte arriverà un giorno su di me, io non posso evitarla;

-        tutto ciò che mi è caro è soggetto al cambiamento, all'indebolimento, alla separazione ed io non posso evitarlo;

-        io sono il frutto delle mie azioni e, quali che siano, buone o cattive, ne sarò l'erede.

 

Nello stesso tempo, noi abbiamo anche bisogno di sviluppare due sistemi di discipline interiori.

Il primo, che si riferisce alle operazioni fondamentali permanenti, offre una direzione generale sana al mentale. Il secondo ci fornirà dei potenti freni di emergenza in caso di urgenza.

In primo luogo, la vita deve essere condotta in un ambito corretto di pensiero costruttivo. A questo scopo, organizziamo un programma della vita quotidiana e adottiamo alcuni principi di base che daranno un senso ed una direzione a tutto quello che facciamo. Bisogna anche avere alcuni impegni morali cui fare riferimento per decidere la nostra condotta. Coloro che nella loro vita non hanno alcun impegno morale, nessun programma, nessun principio troveranno pressoché impossibile avere la pace dello spirito.

Dobbiamo dare un ritmo alla nostra vita prima di tentare qualunque cosa.

In secondo luogo, dobbiamo controllare la proverbiale agitazione del nostro mentale. Ed a questo scopo dobbiamo conoscere le cause di quest’agitazione. Quali sono? Esse sono le impurità del mentale.

A cosa assomigliano queste impurità? Sono i bisogni, le pulsioni e le emozioni come l'invidia, l'odio, la collera, la paura, la gelosia, la lussuria, la cupidigia, il disprezzo, la tentazione, etc., tutto ciò che nasce dai due gunas inferiori, rajas e tamas. Queste impurità agitano e fanno vacillare il nostro mentale, creano l'inquietudine e rubano la nostra tranquillità.

 

Come liberarsene?

Noi possiamo eliminarle progressivamente se offriamo un nutrimento appropriato al nostro mentale o se trasformiamo la struttura della sua qualità, allo scopo di indurre la preponderanza di sattva nella nostra natura personale. E, da ultimo, dovremo oltrepassare lo stesso  sattva.

 

La questione pratica fondamentale che concerne l'eliminazione delle numerose impurità del mentale è la seguente: possiamo veramente cambiare la combinazione delle qualità della nostra natura in modo da indurre la preponderanza di sattva?

Ascoltiamo questo insegnamento importante della Bhagavatam: “I gunas - sattva, rajas e tama s- appartengono all'intelletto e non al Sé. Attraverso sattva si possono sottomettere gli altri due e si può sottomettere sattva attraverso sattva stesso”.

Con lo sviluppo di sattva, l'uomo raggiunge questa forma di spiritualità che è la devozione per l'Io sono.

Utilizzando tutto ciò che è sattvico, vale a dire  ciò che conduce alla purezza, all'illuminazione, etc., sattva è sviluppato e questo porta alla spiritualità. Questa forma superiore di spiritualità, realizzata attraverso lo sviluppo di sattva distrugge rajas e tamas. E quando questi sono entrambi distrutti, l'iniquità che era cresciuta in essi è pure distrutta.

E allora, come sviluppare sattva?

Ancora una volta sentiamo l'insegnamento di Sri Krishna: “Le Scritture, l'acqua, le persone, il luogo, il tempo, l'azione, la nascita, la meditazione, il mantra e la  purificazione, ecco le dieci cause dello sviluppo dei gunas”.

Quello che è importante comprendere in questo passo è che ciascuna di queste cause possiede un lato sattvico, uno rajasico ed uno tamasico. Il primo conduce alla purezza, all'illuminazione ed alla felicità; il secondo ai piaceri temporanei seguiti da reazioni dolorose, e l'ultimo porta all'ignoranza e ad un asservimento sempre più grande.

“Per accrescere sattva, un uomo dovrebbe essere in relazione solo con ciò che è sattvico. Allora arriva la spiritualità e, da lei, la conoscenza – in attesa della realizzazione della propria indipendenza e della soppressione della sovrapposizione dei corpi grossolani e sottili”, dice  la Shrimad Bhagavatam (XII-704).

E la Baghavad Gita dice anche: “Non si dovrebbe frequentare che persone impregnate di spiritualità; bisogna preferire un luogo solitario, al mattino o al momento scelto per la meditazione; bisogna apprendere le forme pure e non nocive di pratica”.

Ecco come è indotta una trasformazione creativa e positiva. Quando, con mezzi appropriati, l'aspirante è riuscito ad ottenere la preponderanza di sattva nella sua natura, la sua battaglia è vinta un po' più che per metà, ma non lo è ancora del tutto.

Sattva non  può darci la conoscenza ultima della Verità, nonostante ci indichi la strada che porta alla dimora suprema di Dio. Ponendo l'aspirante sulla via, sattva gli  dice: “Guarda laggiù, ecco la tua casa”. E' tutto. Così, sattva è lontano dalla conoscenza di Dio, la Realtà.

Per arrivare alla perfezione è necessario andare al di là dei gunas. Se volete essere distaccati da tutti i dettagli tecnici, consacratevi a Dio. Solo chi è puro nel suo cuore può consacrarsi a Dio. Ma, nello stato di fretta in cui viviamo, siamo in un certo modo costretti dalla nostra natura a lasciar da parte il più semplice dei metodi.

Allora, come si può purificare sattva? Questo si fa attraverso una discriminazione costante tra il reale e l'irreale, con la rinuncia all'irreale e la contemplazione profonda della vera natura del Sé.

Tutte le inquietudini, le tensioni, le malattie e i problemi del mentale hanno una sola origine: l'erronea identificazione con il non-sé, l'idea dell'io e del mio, nel corpo e negli organi. E la guarigione definitiva di tutte queste malattie sta nella pratica efficace del pensiero positivo. “Io sono Quello, io sono l'Atman”. Un mentale orientato verso la Realtà, e solo lui,  può condurci allo yoga perfetto.

 

Parliamo ora delle discipline fondamentali dello yoga.

Il rispetto della vita, della verità, della proprietà e della castità, non ricevere più del necessario, ecco cos'è yamas, una delle prime discipline.

La purificazione interna ed esterna, la contentezza, la mortificazione delle inclinazioni non elevate, lo studio e l'adorazione di Dio sono chiamate niyamas.

Praticare queste virtù è conservare un  ideale sempre luminoso davanti a noi, in modo che la forza interiore possa continuamente crescere grazie alla loro applicazione.

 

Negli aforismi dal trenta al trentadue  Patanjali dice:

“Uno spirito calmo  e saldo viene raggiunto coltivando

1.      l'amicizia per  coloro che sono felici;

2.      la compassione per quelli che sono infelici;

3.      la gioia nel bene;

4.      l'indifferenza al male”.

 

La tendenza ad essere felici della felicità altrui crea un clima mentale molto gradevole in cui le cattive pulsioni, come la gelosia, non trovano spazio.

E' la limitatezza del nostro cuore che causa l'inquietudine interiore. E questa non può che essere eliminata attraverso l'espansione del cuore. La pratica della compassione per le persone infelici è un metodo efficace per ottenerla. La compassione attiva significa il servizio per gli afflitti. Questo servizio, svolto correttamente purifica. Esso arricchisce il nostro cuore, aumenta il nostro sentimento d'identità col tutto, sempre in espansione, fino alla conoscenza del Tutto ed alla liberazione dall'angoscia opprimente della nostra piccolezza. Questo ci darà la gioia interiore.

Se siete infelici guardatevi intorno. Fate qualcosa per qualcuno. Anche se non possiamo fare nient'altro, possiamo semplicemente essere amichevoli e pregare sinceramente per la felicità del mondo. Anche questo ci aiuterà.

Il nostro piacere dovrebbe consistere nel fare il bene. Quando noi proviamo gioia a farlo, secondo leggi psicologiche, impregniamo di bontà tutte le nostre qualità. La bontà conduce alla calma dello spirito.

 

Patanjali ci chiede di essere indifferenti al male. Senza dubbio, cercare di cambiare il male in bene è un compito elevato e nobile. Ma questo lavoro è riservato al profeta e al santo.

Non è affare per il comune mortale, già occupato a combattere i propri problemi. Se poi, per lungo tempo non sappiamo che fare di noi stessi dobbiamo accuratamente evitare le cattive compagnie. E' il solo modo per non essere raggiunti dal contagio e non sprofondare in problemi più grandi. Se siamo attratti dal male e dalle persone che conducono una vita abietta possiamo pregare per la loro felicità. Questo aiuterà loro e anche noi...

 

Ma, chi sono queste persone dalla vita abietta? E chi può dire chi è cattivo? Si può discutere a lungo su questo tema. Tuttavia, per ragioni pratiche, diciamo che coloro che vivono una vita immorale e che mancano di onestà possono essere considerati  come cattivi.

 

Se guardarci dalle persone abbiette e disoneste garantisce il nostro bene in modo negativo, la compagnia dei santi ci aiuta nella maniera più positiva. Questa compagnia annulla le impurità interiori, anche quelle delle persone che sono più in basso. E' un precetto unanime dato dai santi e  da tutte le Scritture.

Le persone le cui impurità sono state annullate diventano, a loro volta, fonte d'ispirazione per le altre. E ancora, la frequentazione dei santi sradica tutte le pastoie della vita quali le avversioni e le illusioni. Perché è in compagnia dei santi che si sviluppa la giusta discriminazione e la chiarezza di comprensione, ed è con loro che prende posto la trasformazione interiore.

 

Ci sono situazioni in cui agiamo deliberatamente, sapendo molto bene cosa esattamente conviene fare. E ci sono situazioni in cui agiamo impulsivamente senza sapere cosa è bene o cosa è male. Ma ogni azione porta i suoi frutti, dolci o amari.

 

A parte le sofferenze che possiamo aspettarci, uno dei risultati delle azioni cattive è una maggior agitazione mentale. E la nostra ignoranza in merito a ciò che è bene e ciò che è male non ci salverà da questa agitazione.

 

Ecco perché è essenziale imparare a distinguere tra ciò che è bene da ciò che è male, tra i buoni e i cattivi, tra il reale e l'irreale.

Quando questa distinzione diverrà per noi un'abitudine, ci domanderemo automaticamente: “Questo è bene?” Ciò ci salverà da una possibile agitazione mentale che deriverebbe da azioni cattive, avventate, o folli.

 

La pratica di questa discriminazione va di pari passo con l'introspezione, senza la quale il nostro perfezionamento personale è impossibile. E' molto importante allenare il mentale a condursi bene. E' come se voi voleste catturare un cavallo selvaggio nel deserto ed ammaestrarlo per fargli eseguire in un circo ciò che gli ordinate. Come fare? Mantenendo quest'idea: “Io non sono il mio mentale”.  Ed osservandoli, lui ed i suoi vagabondaggi. Questo significa essendo solo il testimone di tutto ciò che accade nel mentale. “Per diventare uno yogi, il primo stadio è andare al di là dei sensi”. Quando il mentale è così  conquistato si raggiunge lo stadio più elevato.

Resteremo sorpresi, quando inizieremo questa pratica, nel vedere quanti pensieri sgradevoli  ed odiosi  affluiranno nel nostro mentale. Continuando la pratica, la turbolenza del mentale può aumentare per qualche tempo. Ma, più potremo sentircene distaccati, meno sciocchezze farà.

Gradualmente, i suoi vagabondaggi perderanno il loro vigore sotto lo sguardo penetrante dell'osservatore e, finalmente, diventerà come il cavallo del circo, poderoso ma disciplinato. Ancora per un certo tempo dovremo deliberatamente osservare il nostro mentale ogni giorno ad intervalli regolari. E questo dovrà continuare per tutto il tempo in cui avrà bisogno d'imparare  come comportarsi.

 

Voi l'avete notato, quando il nostro mentale è agitato la nostra respirazione si fa più rapida e più irregolare. Un modo per calmarla è quello di renderla regolare. La pratica costante della respirazione profonda, come la facciamo nel corso delle nostre meditazioni guidate aiuta a sviluppare un mentale stabile.

Il pranayama è un metodo di respirazione che consente di ottenere il controllo dell'energia vitale. E però dev'essere appreso direttamente da un istruttore competente. E' preferibile praticarlo in un'atmosfera adatta. Non dev'essere praticato da chi ha problemi di cuore, di polmoni o disordini del sistema nervoso.

Ciò che accade abitualmente è che noi siamo spinti a concentrare il nostro mentale su alcune cose. C'è una specie di attrazione che per gli oggetti che obbliga il nostro mentale a fissarsi su di loro. Così diventiamo schiavi di questi oggetti di tentazione. Eppure avremmo bisogno di non fissare il nostro mentale su di essi se non quando l'abbiamo deciso. Gli oggetti non dovrebbero esser capaci di forzare il nostro mentale a fissarsi su di loro. Apprendere ciò è un miglioramento molto importante. In effetti, sino a quando non l'avremo imparato, praticamente nulla sarà realizzato.

 

L'astensione è il ritiro dei sensi affinché  essi non entrino in contatto con gli oggetti e seguano, se così si può dire, la natura del mentale. Quando il mentale si è ritirato, anche gli organi dei sensi lo imitano, cioè si ritirano dagli oggetti. Quando il mentale è controllato, allora, anche i sensi sono controllati. Proprio come le api volano via quando vola via la regina e si posano quando lei si posa, allo stesso modo i sensi diventano controllati quando il mentale è controllato.

Quando siamo saldamente collocati nell'astensione raggiungiamo il controllo dei sensi, dei pensieri e delle emozioni.

 

E' a quel punto che prendiamo dimora stabile in dhyana, la meditazione, grazie alla quale  si diventa UNO col proprio vero stato, lo stato supremo, lo yoga.